Mostre

 

Testo critico

In perfetta sintonia con la musicalità della danza e l’armonia del movimento appare l’intervento installativo di Stefano Grassi, che ha posto il proprio obiettivo fotografico al servizio di una disciplina che da tempo concepisce come dinamica di forme ritmiche in divenire.

Oggetto del suo lavoro la performance di Luigia Frattaroli che, sospesa come meteora luminosa nel vuoto dello spazio neutro, si avvolge in atti di sublimata leggerezza, guidata dalla regia del eccezionale ritrattista.  In realtà Stefano Grassi interpreta la danzatrice  non nell’identità della figura stessa, quanto nell’essenza della sua gestualità divenuta pura astrazione formale, omaggio alla creatività di un’arte lirica, nell’incanto dello sguardo del suo lucido osservatore.

E sempre un omaggio Stefano Grassi lo dedica a Gaetano Brundu, storica figura dell’arte più avanzata in Sardegna,  ritratto con poetiche visioni in un video che celebra la sua pittura e il ruolo di grande intellettuale.

Mariolina Cosseddu per Stanze XII edizione Quinte mobili, Exmà, Cagliari, 2011-2012

 

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Testo critico

Come back dreamer come back, “Torna sognatore torna”, con la ripetizione enfatica del verbo, è un titolo che senza dubbio ci viene incontro nella lettura interpretativa dell’opera fotografica di Stefano Grassi, anche se l’immagine possiede un tale impatto visivo da rendere immediata una risposta, almeno sul piano delle emozioni. Le fotografie non hanno il dono di spiegare bensì di constatare (Sontag 1973).
A dominare la scena sono due corpi nudi raccolti in posizione fetale, solo apparentemente “doppi”, in realtà derivati da scatti differenti. La rappresentazione sembra essere avulsa dal tempo e dallo spazio reali. L’unica informazione è nel gioco di pieghe e rigonfiamenti che fanno da sfondo alle figure, creando un effetto di sostanza bagnata: plausibile allusione alla consistenza del liquido amniotico all’interno dell’utero materno. L’artista ritrae se stesso mostrandosi in una situazione di estrema fragilità, invocando un bisogno di protezione che trova soltanto nel sogno di un ritorno all’ambiente primordiale. L’utopico, per Stefano Grassi, si traduce nella necessità di evasione, di fuga, di approdo ad una dimensione illusoria che deriva dall’esigenza di una profonda indagine interiore. Indagine complessa, di cui diventa complice la scelta dell’autoritratto. Espressione di un disagio interiore, soprattutto da quando gli artisti fotografi hanno iniziato a voler rappresentare il proprio io. In Stefano Grassi il disagio non si traduce in crisi di identità; nessuno sdoppiamento dell’io, sulla scia di una tradizione che da Duchamp conduce a Cindy Sherman, quanto piuttosto testimonianza concreta di un sentire interiore, specchio di complesse riflessioni che approdano alla verità dello stato d’animo.
Nel risultato raggiunto, l’elemento reale è trasferito in una visione surreale, attraverso un lungo procedimento formale che pone in primo piano la ricerca di un risultato estetico.

La meccanicità del mezzo fotografico è del tutto trascesa per soddisfare le regole dell’arte e la concentrazione sul risultato complessivo della composizione annulla l’attenzione per il dettaglio narrativo. L’immagine assume una densità e consistenza pittoriche, soprattutto negli esiti del drappeggio sullo sfondo e nel disegno del volume ottenuto attraverso il dettato chiaroscurale. La definizione del corpo nudo è accentuata dalla nitida precisione dei contorni e le forme mantengono la loro consistenza plastica, quasi scultorea, a rievocare suggestivamente le ricerche di Irving Penn sul nudo, condotte a partire dalla fine degli anni Cinquanta. La precisione della linea convive con l’effetto sfocato presente lungo le direttrici del movimento e particolarmente esteso nell’immagine capovolta. Sperimentazione, quella sul movimento e in particolare sul nudo in movimento, che l’artista conduce ormai da diversi anni, approdando a risultati sempre innovativi. Il corpo appare quasi dematerializzato in conseguenza dei tempi lunghi di esposizione e, in alcuni punti, si raggiungono risultati di astrazione cromatica, soprattutto dove è scomparsa la demarcazione tra figura e sfondo. Dimensione surreale, quindi, frutto di una visione soggettiva che Stefano Grassi esplicita attraverso un procedimento nel quale l’elaborazione virtuale ha un ruolo minimo rispetto al lungo e faticoso lavoro concettuale sulla composizione.

Rita Pamela Ladogana per Stanze XI edizione Utopie del Quotidiano, Castello San Michele, Cagliari, 2010

 

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Testo critico

(...) “Di luce e di tempo” è il titolo che Stefano Grassi sceglie per la serie inedita. Titolo perfettamente calzante con il tema della mostra.

Partendo da una impostazione vicina alle vedute di interni del precisionista Hopper, l’artista perviene, attraverso le quattro fotografie, ad esiti antitetici: la materia si disperde, le forme sbiadiscono e si fondono in superfici diremmo pittoriche di tintorettiana memoria; è la massa a essere rappresentata dentro architetture effimere, quelle dei centri commerciali, sorte senza storia solo per contenere oggetti di consumo.

La massa consuma e si consuma tra luci artificiali che illuminano mondi artificiali. La massa consuma se stessa e il tempo che vive, sia esso annichilito fino a sfocare l’immagine o così contratto e rapido da conservarne una flebile impronta. Il mondo di Bacon si nasconde dentro queste fotografie, con i suoi personaggi deformati che raccontano la misera condizione dell’uomo moderno schiacciato dall’incapacità di comunicare, ombra di se stesso incatenata da paure e angosce costantemente alimentate da chi vuole esercitare il controllo e tenere il  comando. (...)

Efisio Carbone per Stanze X edizione Di luce e di tempo, Castello San Michele, Cagliari, 2010

 

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Testo critico

Il lavoro fotografico di Stefano Grassi nasce dall’incontro di due entità opposte ma complementari: acqua e pietra, natura ed artificio, architetture di terra che arginano mari, delimitano laghi, sbarrano fiumi. L’intimo rapporto tra la mobilità dell’acqua e la solidità delle architetture genera spettacoli al limite dell’astrazione che gli scatti progettati e ben calibrati fermano in suggestioni visive. Gli interventi dell’uomo per controllare la forza delle acque attraverso moli, dighe, darsene, offre, allo sguardo del fotografo, un ricco materiale con cui elaborare una personale mitologia del paesaggio, fantastico più che reale, visionario più che referenziale.
La scelta di particolari atmosfere affida al tempo un ruolo imprescindibile: l’alba o la sera inoltrata modificano la percezione delle cose e alterano quel sentimento certo delle forme che le istantanee celebrano come momenti magici sottratti alla banalità del reale. Il lungo lavoro preparatorio, l’individuazione di coordinate spazio-temporali che sfruttano le condizioni di luce fredda e monocromatica, lasciano emergere strutture geometriche di impianto rigoroso e nitido che hanno in sé una propria indiscutibile evidenza estetica. I paesaggi che ne derivano acquistano una dimensione che sublima una realtà meramente funzionale e la trasforma in immagini altamente simboliche di quell’eterna lotta tra le forze della natura e le capacità dell’uomo. Da tempo la disattenzione all’ambiente naturale ha sottovalutato l’energia scatenante che nessun intervento umano è in grado di controllare perfettamente: tornare a contemplare l’habitat terrestre può suggerire una nuova affezione a ciò che ci circonda e una visione più serena e rassicurante di un rapporto simbiotico con gli elementi naturali. La contrapposizione tra naturale e artificiale non va letta dunque come conflittualità, semmai come interazione ragionevole e costruttiva e le immagini di Stefano Grassi ne sono un’eloquente rappresentazione. Nella trilogia in mostra, si aprono differenti inquadrature di ambienti colti da prospettive e distanze che variano il campo visivo avvicinando o sfumando le composizioni, in ogni caso, di armonico e composto equilibrio.

Mariolina Cosseddu per Stanze IX edizione Architetture d'aria, architetture di terra, Pinacoteca Nazionale, Cagliari, 2009

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English - It's still dark in the night

Text

The theme of metamorphosis, that of the perennial transformations of natural elements in perfect symbiosis with the female figure which appears to be both originated from them and dissolve itself in them, together with the changeability of man more generally speaking in his corporeal and spiritual entity, have always characterized the aesthetic research carried out by Stefano Grassi. In the course of time - as could only have been the case - this theme of metamorphosis that is imbued with literary implications ranging from Ovid to baroque art and D’Annunzio’s spirit of nature, has become focalized in the compelling theme of identity which in being seen in everyday reality rids itself of literary ambition, being charged with considerably more problematical and dramatic connotations. After all, it has become one of the most ‘pressing’, most controversial and most debated themes in contemporary art in this age of fragmentation and shattering of the Ego, of being and not being. Of being one, no one and a hundred thousand. Of multiple identities, interchangeable and undefinable. Of identities that are ambiguous and elusive in relation to the distinctions and hierarchies of society or, vice versa, of identities that are schizoid and are no longer recomposable.

In this framework the concept of identity could not but face a crisis (and in its wider sense of identity sentiment seen as a secure point of ‘arrival’, as the privileged place of social identification, of acknowledging - and accepting - oneself firstly within the community sphere and then in precise subject models). Reality explodes and roles become confused. Those few certainties that have survived a relativism which is devastating for some while being fertile for others now vacillate, they become dispersed in a ‘coloured’ disorderliness in which the plays of terra firma, protection, reflection, refraction and distortion of the personality become more real and coercive than reality itself. It is inevitable that concepts such as “identity” and “otherness” - together with “dialectics of recognition or acknowledgement” - be overturned, exchanged or ambiguously contaminated.

Could art be insensitive when faced by the somewhat morbid and certainly very voyeuristic fascination of phenomena characterized by the expropriation and loss of identity, by the so-called explosion of individual biographies and by their “delocalization” with the relative collapse of the barriers of spatial contiguity and territorial association in which both the local and the global cohabit and are interwoven? And, in conclusion, in which the increasingly more poly-identity of the “Ego” dominates, in a continuous process of ‘recycling the old’ and precarious redefinition?
In reply to this purposely rhetorical question Stefano Grassi replies with It’s still dark in the night..., a series of photographs which treat the transgender world of Cagliari of the most recent generation: young men and very young “girls in flower” searching for a coveted “normality” to the extent that this is possible. Moreover, from the title of the exhibition one already grasps the intention on the part of the artist to reproduce a nocturnal world which like that of moths materializes itself far from the feared daylight. And, in the case in point, far from that desired but buffer “normality” which during the day celebrates its own triumphs. The photographer looks at an “other” world, apparently distant and yet very near, a world which undergoes its metamorphosis with the onset of evening and which disappears the following dawn with the copious use of cleansing cream.
Without expressing judgements of a moral kind and without flaunting easy trashy effects, notwithstanding the ‘explosive’ theme, Grassi contributes to the ranks of those who over the last fifty years have individuated in the variegated and kaleidoscopic transsexual environment that “place” - par excellence - of the contradictions and idiosyncrasies of contemporaneity. Suffice to think of the photographic sets created by Pierre Molinier in the 1960s and 1970s in which he portrayed himself in women’s clothing together with various sexual objects in ambiences that evoked sordid brothels. Bordering on pornography, he upset traditional sexual roles and, although not intentionally, introduced what would later become the notion of transgender.
And then the overwhelming and often gruesomely weird photographs by Joel-Peter Witkin of the 1980s. His attraction towards everything “different”, bizarre and fanciful decked out in the funereal colours of deviance, mental insanity, sadism, perversion and death.
Finally and foremost, and once again in the sphere of photography, we have Nan Goldin’s series entitled The Other Side treating the Trans environment. A testimony of extreme forms of existence which were at the beginning not even accepted inside the Gay world, victims of the prisons of prejudice and of socially prescribed identities to be relegated - as we have indicated - to a nocturnal and subtrace dimension.
At almost forty years from the elaboration of these works it seems that little has changed if - as Stefano Grassi reminds us - it’s still dark in the night. Without foregoing a veiled form of denouncement, Grassi chooses an approach in which there is no room for the ‘leaden’ and negative atmospheres evoked by his illustrious predecessors. His shots are run through by a light and informal irony which plays at making fun of the more or less glossy calendars that with the change of each year propose increasingly more undressed pin-ups or else of the fatuous showgirls who reign over day-to-day television idiocy. In this sense Grassi chooses vaguely underground sets in which his pretty little girls in flower show themselves in emphasized poses - glamorous, falsely timid and coy or else purposely provocative and overconfident - of a tabloid femininity for the use and consumption of contemporary voyeurism.
Rendered aseptic and artificial, “cooled” by a very sophisticated technique in which nothing is left to chance (and more pertinent to the genre of the still life than to the documentation of “human” ambiences and atmospheres), like a collector of butterflies the shots by Stefano Grassi pin the “moths” of the night - a tangible reality -to an improbable hypothesis of life. In their material concreteness and symbolic importance and characteristic as “place” of identity, the photographed bodies are provocatively exhibited in their most exterior appearance which hides or even proposes itself as an alternative to whatever interior requirement or solicitation. In consequence, and as it was in the classical and Christian acceptation, clothing ceases to be the involucre or dressing of the soul: in the radicalization of the make-up “true opposition is not between soul and body but between life and dress” (M. Perniola, 2004).

Ivo Serafino Fenu

Italiano - It's still dark in the night

Testo critico

Il tema della metamorfosi, le perenni trasformazioni degli elementi naturali in simbiosi perfetta con la figura femminile che da essi pare originarsi e in essi dissolversi, la mutevolezza dell’uomo più in generale, nella sua entità corporea e spirituale hanno, da sempre, caratterizzato la ricerca estetica di Stefano Grassi. Col tempo, e non poteva essere altrimenti, quello della metamorfosi, intriso di implicazioni letterarie passanti per Ovidio, per l’arte barocca e per il panismo dannunziano, si è andato focalizzando in quello più cogente dell’identità che, calato nella realtà di tutti i giorni si svuota di velleità letterarie e si carica di connotazioni ben più problematiche e drammatiche. Del resto, nell’epoca della frammentazione e della frantumazione dell’Io, dell’essere e del non essere, dell’essere uno, nessuno e centomila, delle identità plurime, intercambiali e indefinibili, ambigue e sfuggenti in rapporto alle distinzioni e alle gerarchie della società o, viceversa, delle identità schizoidi e non ricomponibili, il tema è divenuto uno dei più scottanti, più controversi e, necessariamente, più dibattuti in seno all’arte contemporanea.
In tale contesto, il concetto di identità e, per estensione, del sentimento identitario visto come approdo sicuro, come luogo privilegiato dell’identificazione sociale, del riconoscersi prima nella sfera collettiva e poi in precisi modelli soggettivi, non poteva non entrare in crisi. La realtà deflagra e i ruoli si confondono, le certezze – quelle poche sopravvissute a un relativismo devastante per alcuni, fecondo per altri –, vacillano e si disperdono in un colorato disordine nel quale i giochi di sponda, di riflessione, rifrazione e distorsione della personalità divengono più reali e coercitivi della realtà stessa. Inevitabilmente concetti come “identità” e “alterità” e la stessa “dialettica del riconoscimento” vengono sovvertiti, scambiati o, ancora, ambiguamente contaminati.
Poteva l’arte rimanere insensibile al fascino un po’ morboso e sicuramente molto voyeuristico di fenomeni caratterizzati dall’espropriazione e dalla perdita dell’identità, dalla deflagrazione delle biografie individuali e dalla loro “delocalizzazione” con la relativa caduta dei vincoli di contiguità spaziale e di comunanza territoriale, ove convivono e si intrecciano locale e globale, e, infine, ove domina un “Io” sempre più poli-identitario, in continuo processo di rottamazione e precaria ridefinizione?
Stefano Grassi a tale domanda, volutamente retorica, risponde con It’s still dark in the night…, una serie di scatti fotografici che hanno per soggetto il mondo transgender cagliaritano dell’ultima generazione: giovani, giovanissime “fanciulle in fiore” alla ricerca di una “normalità” agognata quanto impossibile. Già dal titolo si coglie, del resto, l’intento dell’artista di riprodurre un mondo notturno che si materializza, come quello delle falene, lontano dalla temuta luce diurna e, nella fattispecie, lontano da quella “normalità” desiderata ma respingente che durante il giorno celebra i suoi fasti. Il suo è un affacciarsi su un mondo “altro”, apparentemente distante eppure vicinissimo, un mondo che subisce la sua metamorfosi al calar della sera e scompare, con una buona dose di latte detergente, all’alba del giorno successivo.
Senza esprimere giudizi di natura morale e senza ostentare, nonostante il tema scottante, facili effetti trash, Grassi va ad ingrossare le fila di quanti, negli ultimi cinquant’anni hanno individuato nel variegato e caleidoscopico ambiente dei transessuali il “luogo” per eccellenza delle contraddizioni e delle idiosincrasie della contemporaneità. Basti pensare ai set fotografici allestiti negli anni sessanta e settanta del secolo scorso da Pierre Molinier, nei quali lo stesso artista si ritraeva in abiti femminili accompagnandosi a oggetti sessuali di varia natura in ambienti evocanti sordidi bordelli. Al limite della pornografia ha scardinato i tradizionali ruoli sessuali e ha introdotto, senza volerlo, quella che più in là diventerà la nozione di transgender. Ancora, gli scatti sconvolgenti e spesso raccapriccianti di Joel-Peter Witkin degli anni Ottanta. La sua attrazione verso tutto ciò che è “diverso”, bizzarro, capriccioso ha indossato i colori funerei della devianza, dell’insanità mentale, del sadismo, della perversione e della morte. Infine, sopra tutti, e sempre nell’ambito della fotografia, Nan Goldin con la serie The Other Side sull’ambiente dei trans, testimonianza di forme estreme di esistenze in origine non accettate nemmeno all’interno del mondo gay, vittime delle prigioni del pregiudizio e delle identità socialmente prescritte, relegate, appunto, in una dimensione notturna e sottotraccia.
Pare, a quasi quarant’anni di distanza dall’elaborazione di tali opere, che poco sia cambiato se, ancora, come ricorda Stefano Grassi, it’s still dark in the night. Senza rinunciare a una forma velata di denuncia, sceglie una strada in cui non vi è spazio per le atmosfere plumbee e negative dei suoi illustri predecessori. Gli scatti di Grassi sono percorsi da un’ironia leggera e scanzonata che si diverte a fare il verso ai più o meno patinati calendari che a ogni cambio d’anno propongono sempre più discinte pin up o fatue veline imperanti nella teleidiozia quotidiana e allestisce, pertanto, set vagamente underground nei quali le sue leggiadre fanciulle in fiore si esibiscono in pose enfatizzate, ora glamour, ora falsamente timide e vereconde, ora volutamente provocanti e spavalde, di una femminilità da rotocalco forgiata a uso e consumo del voyeurismo contemporaneo.
Resi asettici e artificiali, “raffreddati” da una tecnica sofisticatissima nella quale nulla è lasciato al caso e pertinente più al genere dello still life che alla documentazione di ambienti “umani”, gli scatti di Stefano Grassi spillano, come farebbe un collezionista di farfalle, le “falene” della notte più che a una realtà, a un’improbabile ipotesi di vita. I corpi fotografati, nella loro concretezza materiale e nella loro valenza simbolica di “luogo” dell’identità, sono esposti, provocatoriamente, nella loro apparenza più esteriore che cela o, addirittura, si pone come alternativa, con pari o maggiore dignità, a qualsiasi istanza interiore. Dunque il vestito cessa di essere, com’era nell’accezione classica e cristiana, involucro o rivestimento dell’anima: nella radicalizzazione del maquillage «la vera opposizione non è tra anima e corpo, ma tra vita e veste» (M. Perniola 2004).

Ivo Serafino Fenu

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© Stefano Grassi.

I trasgressori saranno puniti in base alla Legge 4 settembre 2000 n. 206